La conservazione dei ghiacciai – Giornata mondiale dell’Acqua 2025

Approfondimenti

Il 22 marzo si celebra la Giornata mondiale dell’acqua, istituita nel 1993 dalle Nazioni Unite per portare attenzione e sensibilizzare sull’importanza di questa risorsa. Il tema scelto per quest’anno è la conservazione dei ghiacciai, dichiarando il 2025 “Anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai”.

Secondo l’OMM, circa il 70% dell’acqua dolce sulla Terra esiste sotto forma di neve o ghiaccio, mentre per l’UNESCO quasi 2 miliardi di persone dipendono dall’acqua proveniente dai ghiacciai, dallo scioglimento della neve e dal deflusso montano per bere, per l’agricoltura e per la produzione di energia.

Pur non annoverando tra i suoi compiti specifici il monitoraggio dei ghiacciai, Agenzia ItaliaMeteo ritiene questo tema strategico nell’ambito delle analisi degli impatti del riscaldamento globale in particolare sul territorio italiano, che vede nei ghiacciai alpini una importante riserva di acqua per le stagioni calde e siccitose sempre più frequenti.

Abbiamo raccolto una serie di contributi da esperti del settore con l’obiettivo di fornire una panoramica con informazioni scientifiche utili a riflettere sullo stato e sul destino di queste importantissime riserve idriche, sempre più colpite dai cambiamenti climatici in atto.

I GHIACCIAI E IL CAMBIAMENTO CLIMATICO 

Parliamo di riduzione dei ghiacciai, delle conseguenze e di cosa è possibile fare per arrestare questo trend con Riccardo Scotti, responsabile scientifico del Servizio Glaciologico Lombardo e coordinatore per il settore Alpi Centrali-Lombardia del Comitato Glaciologico Italiano. 

I ghiacciai di tutto il mondo si stanno ritirando e stanno perdendo massa a causa del riscaldamento globale. È possibile stimare un trend di diminuzione annua?  

Un recente articolo pubblicato su nature nell’ambito del progetto GlaMBIE ha permesso di quantificare il tasso di perdita di massa glaciale in 273 gigatonnellate di ghiaccio all’anno nel periodo 2000-2023 (escluse le grandi calotte dell’Antartide e della Groenlandia). Per dare un senso a questo numero gigantesco, si tratta del consumo idrico dell’intera umanità per 30 anni considerando un valore medio di 3 litri a testa al giorno. Negli ultimi 10 anni la riduzione è accelerata del 36% rispetto al decennio precedente. Complessivamente a livello mondiale in soli 23 anni la riduzione volumetrica è stata del 5% ma con forti differenze tra le differenti regioni del pianeta. Secondo i rilevamenti effettuati dall’intera comunità glaciologica mondiale e raccolti dal World Glacier Monitoring Service di Zurigo il 2024 è stato il terzo anno consecutivo in cui tutte le 19 regioni ove sono presenti ghiacciai sul pianeta una perdita di massa glaciale netta. Complessivamente si tratta del triennio peggiore da quando vengono effettuate misurazioni.

Rispetto a quello globale, come è il trend dei ghiacciai alpini? 

Le Alpi si stanno riscaldando ad un ritmo doppio rispetto alla media del pianeta, abbiamo giù guadagnato più di 2-2.5° dall’epoca preindustriale. Non sorprende quindi che i ghiacciai delle Alpi e dei Pirenei siano tra i più colpiti a livello mondiale con una riduzione del 39% in 23 anni. Secondo un recente studio, dal 2003 al 2015 i ghiacciai alpini hanno perso ogni anno circa 25 km2, una superficie pari a 3400 campi da calcio. L’apice di questa crisi è stato toccato nel 2022 quando in una sola estate sono andati persi 5 km3 di ghiaccio. Un volume pari a un cubo alto 5.4 volte la Torre Eiffel di Parigi. I ghiacciai che vediamo oggi nelle Alpi non sono in equilibrio con il clima attuale. In genere se le temperature aumentano i ghiacciai si ritirano nelle zone più elevate delle montagne ma negli ultimi decenni le temperature sono aumentate così rapidamente che i ghiacciai non sono riusciti a “tenere il passo” ritirandosi alla stessa velocita. Per questo anche se ipoteticamente l’incremento delle temperature si dovesse arrestare ora i ghiacciai continuerebbero comunque a ritirarsi ancora per almeno 30 anni con quelli posti a quote inferiori a 3300-3500 m destinati a scomparire.

Che impatto può avere la riduzione dei ghiacciai a breve e a lungo termine?  

I ghiacciai sono un elemento del paesaggio essenziale per il turismo e l’identità stessa delle comunità locali ma la loro importanza idrologica diventa un tema chiave rispetto alle interazioni con le attività umane. La fusione glaciale contribuisce significativamente all’innalzamento degli oceani. Secondo Michael Zemp, direttore del WGMS, negli ultimi 23 anni il loro contributo è stato di 18 mm, un valore solo apparentemente trascurabile se consideriamo che ogni millimetro di incremento del livello marino espone ogni anno 200-300.000 persone in più a inondazioni costiere. In Himalaya come nelle Ande, i ghiacciai rappresentano una fonte idrica primaria per centinaia di milioni di persone. Diversamente, in contesti naturalmente più piovosi come le Alpi rappresentano una riserva idrica strategica che diventa fondamentale per mantenere un livello minimo nei grandi fiumi nei periodi di secca estivi. I ghiacciai sono inoltre degli utilissimi archivi ambientali. Come pagine di un libro la stratificazione della neve e del ghiaccio racchiude una serie di informazioni climatiche e ambientali di grandissima importanza che possono essere indagate attraverso perforazioni (carotaggi). Non da ultimo un aspetto ancora largamente ignorato del mondo glaciale è lo studio delle forme di vita che lo popolano: i ghiacciai sono infatti dei veri e propri ecosistemi, fanno parte dell’idrosfera ma interagiscono con l’atmosfera, la litosfera e la biosfera.

Che cosa è possibile fare per preservare i ghiacciai? 

Occorre essere chiari, l’unica possibilità per preservare i ghiacciai è fermare i riscaldamento globale. Ogni altra soluzione tecnologica, ad oggi, è solamente un palliativo senza effetti su larga scala con l’enorme difetto di illudere le persone quando occorre invece trasmettere consapevolezza. Il futuro dei ghiacciai dipende quindi da quanto rapidamente riusciremo a ridurre le emissioni di gas climalteranti. Se riusciremo ad arrestare l’aumento a +2°C dall’epoca preindustriale (Accordo di Parigi) il ritiro glaciale in futuro si interromperà, i ghiacciai delle Alpi troverebbero un nuovo equilibrio sebbene con dimensioni molto più ridotte rispetto ad oggi (meno del 40% rispetto al volume odierno). Al contrario, senza azioni di mitigazione climatica i bambini nati oggi potrebbero vedere le Alpi sostanzialmente senza ghiacciai entro la fine del secolo. A scala globale la differenza sarebbe quella tra perdere una percentuale attorno al 25-29% e un 46-54%, freddi numeri che significano molto per milioni di persone. I ghiacciai sono dei grandi comunicatori della crisi climatica, in questi termini ci stanno aiutando a creare consapevolezza a tutti i livelli, prerequisito fondamentale per un drastico cambio di passo nelle politiche di decarbonizzazione della nostra economia.

Ghiacciaio dei Forni (Valfurva- Alta Valtellina- gruppo dell’Ortles-Cevedale)

I GHIACCIAI NERI

Scopriamo che cosa sono i ghiacciai neri, quanto sono presenti sulle Alpi e come vengono colpiti dal cambiamento climatico con il Prof. Adriano Ribolini del Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Pisa.

Che cosa sono i ghiacciai neri ed è possibile farne una stima a livello alpino? 

I ghiacciai che hanno buona parte (>50%) del bacino di ablazione – la parte del ghiacciaio dove prevalgono i processi di fusione rispetto a quelli di accumulo glaciale – coperta di detriti prendono il nome di ghiacciai neri (debris-covered glacier). Si formano quando i processi di degradazione delle rocce dei versanti alimentano la copertura detritica delle lingue glaciali in maniera più efficace di quelli che portano alla formazione di ghiaccio. Questo sbilanciamento è diventato sempre più marcato nelle ultime decadi a seguito dell’accelerazione del cambiamento climatico: la contrazione dei ghiacciai espone sempre di più superfici rocciose che poi sono aggredite da processi di frammentazione fisica con produzione di detrito. Sebbene le catene montuose asiatiche (Himalaya and Karakoram), delle Ande e della Nuova Zelanda offrano i migliori esempi, anche nelle Alpi sono presenti ghiacciai neri di dimensioni considerevoli. Sul versante italiano quelli più studiati sono il Ghiacciaio del Miage (Gruppo del Monte Bianco) e il Ghiacciaio del Belvedere (Gruppo del Monte Rosa). A causa del cambiamento climatico, il numero dei ghiacciai neri sta aumentando in tutte le regioni alpine, dove si osserva una progressiva trasformazione dei ghiacciai “classici” in ghiacciai neri. I ghiacciai neri sono catalogati e monitorati dal Comitato Glaciologico Italiano, che annualmente pubblica la Campagna Glaciologica di tutti i ghiacciai italiani sulla rivista Geografia Fisica e Dinamica Quaternaria

I ghiacciai neri subiscono l’impatto dei cambiamenti climatici? 

La relazione fra cambiamento climatico e fusione glaciale è più complessa nei ghiacciai neri rispetto a quelli classici, ed è determinante lo spessore della copertura detritica. Se il mantello detritico non raggiunge un valore “critico” l’effetto è quello di aumento del calore trasferito dall’atmosfera al ghiaccio per effetto della minore albedo (potere riflettente della radiazione solare) dei detriti scuri di ricoprimento. È come se il ghiacciaio vestisse una maglietta nera sotto il sole. Se invece lo spessore supera un valore critico, allora la copertura detritica protegge il ghiaccio sottostante dalla radiazione solare. Il problema è che non esiste un valore critico di spessore valido per tutti i ghiacciai neri, perché dipende da granulometria, porosità, contenuto in acqua a composizione mineralogica dei depositi di copertura. Questo complica lo studio dei ghiacciai neri che deve essere affrontato con un approccio multidisciplinare e modellistico. Tutto questo fa capire perché non è disponibile al momento una valutazione della massa di ghiaccio che corrisponde ai ghiacciai neri delle Alpi. Tuttavia, sono numerosi gli sforzi scientifici in questa direzione perché, analogamente ai ghiacciai classici, i ghiacciai neri sono una riserva d’acqua allo stato solido che le recenti crisi idriche che hanno colpito il territorio italiano hanno reso ancora più preziosa. Inoltre, i ghiacciai neri sono meno esposti al riscaldamento climatico, cioè si fondono più lentamente essendo la radiazione solare schermata dalla copertura detritica (se questa supera il valore critico di spessore). Quindi il loro valore idrologico diventerà sempre più importante nel prossimo futuro, analogamente al ghiaccio contenuto nel permafrost che caratterizza i versanti delle Alpi.

I GHIACCIAI DELLE ALPI  

Parliamo di ghiacciai alpini, ecosistemi e impatti del cambiamento climatico sulle nostre montagne con Antonello Provenzale, Dirigente di Ricerca presso l’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR.

Quanto la presenza dei ghiacciai sulle Alpi è importante? 

La presenza dei ghiacciai ha diversi effetti, in primis rendere disponibili risorse idriche anche nei periodi estivi. In un sistema glaciale alpino pienamente funzionante, infatti, durante l’inverno si accumula la neve, che sarà poi lentamente trasformata in ghiaccio, e si verifica fusione glaciale durante i mesi caldi, spesso caratterizzati da scarsa precipitazione e ultimamente da veri e propri periodi di siccità. I ghiacciai costituiscono quindi importanti riserve di acqua per le aree vallive, per gli esseri umani e gli ecosistemi, e la loro scomparsa potrà avere effetti importanti sulla distribuzione stagionale delle risorse idriche, con una minore disponibilità di acqua nei periodi estivi quando sono invece più necessarie. Un analogo problema, direi ancora più grave, si osserva anche con le risorse nivali, sempre più ridotte e caratterizzate da fusione anticipata rispetto a quanto succedeva qualche decennio fa.

Il ritiro dei ghiacciai sta determinando impatti sugli ecosistemi alpini? 

Gli ecosistemi alpini reagiscono in modo rilevante ai cambiamenti ambientali indotti dall’aumento delle temperature, ricordiamo ad esempio il fenomeno del “riscaldamento dipendente dalla quota”, per cui l’aumento delle temperature è più intenso alle quote più alte, specialmente intorno all’isoterma degli zero gradi centigradi (che sta essa stessa inesorabilmente salendo di quota). Questi cambiamenti non sono unicamente legati ai ghiacciai, ma all’insieme delle modifiche che coinvolgono ghiacci, neve, distribuzione della precipitazione e della temperatura. Particolarmente importanti sono gli effetti delle siccità estive, come quella del 2022, che ha avuto un forte impatto ad esempio sulle praterie di alta quota (oltre che, naturalmente, su tutta l’agricoltura anche alla basse quote). Specifica dei ghiacciai, invece, è la presenza di nicchie ecologiche molto speciali, sia sul ghiaccio (ad esempio le cosiddette “coppette crioconitiche”, piccoli incavi sulla superficie del ghiacciaio con al fondo sedimenti scuri e acqua liquida, abitati da organismi specifici), sia nelle zone di contatto fra ghiaccio e roccia, ai margini dei ghiacciai stessi. Tutti questi piccoli ambienti andrebbero ovviamente persi con la sparizione dei ghiacciai.

Quali impatti sono attesi sugli ecosistemi alpini se il riscaldamento globale continuerà con il trend attuale?  

I ghiacciai continueranno a ritirarsi, molti scompariranno, e vi sarà maggiore probabilità di siccità estive anche estese e prolungate, oltre che di possibili eventi idrometeorologici più intensi. Gli ecosistemi saranno soggetti a pressioni sempre più forti, specialmente sulle Alpi. Molti organismi (piante, invertebrati) si sposteranno verso quote più alte nel tentativo di controbilanciare l’aumento delle temperature, un fenomeno già visibile in molte aree montane. Analogamente, vi saranno modifiche nella biodiversità, con un possibile aumento di specie generaliste o di bassa quota e una potenziale perdita di specie endemiche, adattate agli ambienti freddi. Uno studio coordinato da Ramona Viterbi del Parco Nazionale Gran Paradiso ha mostrato che i dati raccolti dal 2006 suggeriscono una significativa diminuzione delle specie di invertebrati endemici nel caso di un continuo aumento delle temperature. Un argomento particolarmente interessante è la dinamica delle aree proglaciali, sempre più estese a causa del ritiro dei ghiacciai. Qui si forma nuovo suolo, si osserva la colonizzazione e poi la successione delle comunità vegetali, lo stabilirsi di ecosistemi in aree precedentemente coperte dal ghiaccio. Queste aree sono interessanti anche dal punto di vista degli scambi di acqua e carbonio fra suolo, vegetazione e atmosfera. Uno studio recente, guidato da Silvio Marta del CNR, ha mostrato che queste aree sono caratterizzate da una grande variabilità spaziale della temperatura, che almeno per il momento può costituire un aiuto per gli organismi alpini, permettendo loro di rispondere all’aumento delle temperature spostandosi di poco nella stessa area proglaciale anziché dover necessariamente salire di quota. Capire cosa succede dopo il ritiro di un ghiacciaio è un tema di notevole utilità per capire come si adattano gli ecosistemi alpini.

Ghiacciaio di Fellaria occidentale (Valmalenco-gruppo del Bernina)

LE RISERVE IDRICHE E IL FUTURO DEI GHIACCIAI 

Parliamo dell’impatto del riscaldamento globale sui ghiacciai come risorse idriche e dei trend futuri con Francesco Avanzi, ricercatore in Idrologia presso Fondazione CIMA.

I ghiacciai alpini rappresentano un’importante riserva d’acqua di cui tutta la Pianura Padana usufruisce durante i periodi estivi caldi e siccitosi. È possibile quantificare quanto sia il contributo dato dalla fusione estiva alla portata dei fiumi? 

Non esiste una valutazione esaustiva, che dipende da una serie di fattori al momento molto incerti – per esempio, come la fusione glaciale interagisca con la falda acquifera. Anche sul resto delle Alpi le valutazioni sono molto sporadiche, per esempio secondo uno studio del 2023 sulle Alpi Svizzere nell’anno precedente si sono verificati “23 giorni di scioglimento estremo, mostrando una forte corrispondenza tra i periodi di ondata di calore e gli eventi di scioglimento estremo“. In un studio del 2024 riguardante il fiume Po Fondazione CIMA ha stimato che “lo scioglimento cumulativo dei ghiacciai nel bacino del fiume Po tra settembre 2021 e agosto 2022 è stato equivalente a circa il 3% del deflusso annuo, ma questa stima è salita a circa il 17% ad agosto 2022“. Questo dimostra che, su grandi bacini come il Po, il ruolo dei ghiacciai è soprattutto quello di fornire soccorso durante l’estate, specialmente se calda e siccitosa. L’importanza quindi dei ghiacciai, specialmente in tarda estate, è rilevante, ma quanto lo siano complessivamente in Italia sia ora che in futuro è ancora oggetto di studi.

Ipotizzando temperature estive come quelle degli ultimi anni, se i ghiacciai non fossero più alimentati a qualunque quota, in quanti anni si avrebbe una completa fusione della massa glaciale che ricopre le Alpi?  

In base alla letteratura e agli studi attualmente disponibili, ciò che ci si aspetta è un dimezzamento della massa glaciale entro il 2050, infatti “l’evoluzione del volume totale dei ghiacciai nelle prossime decadi è relativamente simile nei diversi scenari di concentrazione rappresentativi (RCP2.6, 4.5 e 8.5), con perdite di volume comprese tra circa il 47% e il 52% entro il 2050 rispetto al 2017”. Nello scenario peggiore e non attualmente verosimile, in cui non viene messo in atto nessun cambiamento, si attende invece una scomparsa entro il 2100: “in uno scenario di forte riscaldamento (RCP8.5), l’evoluzione futura dei ghiacciai è determinata da un sostanziale aumento dello scioglimento superficiale, e si prevede che i ghiacciai scompariranno quasi completamente entro il 2100 (con una perdita di volume del 94,4 ± 4,4% rispetto al 2017)“. In uno studio di Fondazione Cima sull’impatto dei cambiamenti climatici in Valle d’Aosta è stata individuata la quota di 3000-3500 metri come soglia sotto la quale l’impatto sarà maggiore: “Molti ghiacciai sotto i 3000-3500 m di quota scompariranno, causando una profonda modificazione dei paesaggi e impatti sugli ecosistemi. Nei prossimi decenni (2020-2040) scompariranno le ultime porzioni dei ghiacciai alle quote minori e si perderà circa il 25-30% della riserva idrica residua contenuta nei ghiacciai“.